archivio progetti
1915-2007
Gli studi professionali

Diversi sono stati gli studi di Federico Gorio nei quasi sessanta anni della sua attività professionale. Moltissime le personalità, con cui ha collaborato: dai giovani architetti ai più affermati professionisti, tra i quali Ludovico Quaroni, Mario Ridolfi, Leonardo Benevolo, Michele Valori, Piero Maria Lugli, Mario Manieri Elia, Edoardo Salzano, Arnaldo Bruschi, Vittorio De Feo, Elio Piroddi e Marcello Grisotti.
All’inizio del suo percorso professionale, ancora studente, si organizza con tavoli e squadre da disegno in un piccolo studiolo presso la casa paterna ubicata sopra l’ex cinema Garden in viale del Re, oggi viale Trastevere. Qui redige gli elaborati degli esami universitari e i grafici di progetto per i primi concorsi.
Alla partenza per la guerra sul fronte africano subentra un lungo periodo di prigionia in India (1940-46) durante il quale non interruppe mai la sua attività progettuale, partecipando perfino ad un concorso interno al campo, indetto dal Comando italiano, per la progettazione di una cappella ossario per i caduti in prigionia, classificandosi al primo posto nel suo campo. Durante “l’esilio forzato”, l’isolamento e le privazioni sollecitano l’autoanalisi: riflette su se stesso e sul lavoro futuro, si convince sempre più che origine e fine dell’architettura è l’uomo con le sue ansie, le sue angosce, le sue aspirazioni. Esegue schizzi di vita vissuta. Supplisce alla mancanza di strumenti per la grafica con l’invenzione di tecniche di disegno che mettono in luce la sua innata manualità e l’uso sapiente di materiali poveri, come la cera e la polvere di carbone.

Riceve nel campo di prigionia perfino il seguente messaggio con cui il suo docente della Facoltà di Ingegneria, Giuseppe Nicolosi, accenna alla collaborazione svolta da Federico Gorio per il Corso di Architettura all’interno dell’Università di Yol su programma analogo a quello dell’Università del Regno: "Caro Gorio, ho ricevuto una lettera di vostro padre, in cui mi vengono date notizie di voi, dei corsi che avete organizzato, del vostro desiderio di ricevere libri. Mi interesso subito presso il Gen. di Bologna. Vi faccio i migliori auguri: spero che questa attività culturale alla quale vi andate dedicando vi renda meno lungo e penoso questo tempo di prigionia. Ho spesso pensato a voi, informandomi delle vostre condizioni presso amici comuni. Vi auguro di poter quanto prima tornare tra noi e riprendere la nostra professione che prevedo brillantissima per le vostre belle qualità. Con i più affettuosi saluti. Giuseppe Nicolosi. Bologna 28 maggio 1941" 

Rientrato dalla prigionia inizia un lavoro paziente per tradurre in qualcosa di concreto le sue lunghe meditazioni e i suoi sofferti convincimenti. A Monteverde Vecchio organizza, in via Ambrogio Traversari al civico 60, il primo studio vero e proprio, attrezzando un appartamento di fronte all’abitazione, quasi in una dimensione di casa e bottega. Qui inizierà l’attività professionale che lo vedrà dapprima impegnato, nel periodo post-bellico nella ricostruzione del Paese (a cominciare dalla realizzazione del quartiere INA Casa Tiburtino). In quel contesto si ritrovarono a lavorare insieme, attraverso il sistema dei concorsi e la creazione di albi di progettisti, giovani professionisti che fino allora avevano avuto scarsissime possibilità di esprimere la propria creatività. E in quelle occasioni di lavoro si coinvolsero a tal punto da condividere tra loro metodi di lavoro e soluzioni progettuali in un clima di integrazione interdisciplinare.

Inizia contestualmete per Gorio l’impegno sociale con Adriano Olivetti che, agli albori degli anni Cinquanta, lo chiamò con Quaroni a collaborare nel gruppo interdisciplinare coordinato da Frederick Friedmann per sviluppare le indagini sociali e di lettura urbana sui Sassi di Matera. L’esperienza olivettiana è continuata con l’UNRRA-Casas (United Nations Relief and Rehabilitation Administration), il programma costituito nel 1946 per gestire i fondi ERP (European Recovery Administration) di cui Olivetti è membro già dai primi anni di attività. Difatti, nel 1951 Gorio, insieme a Luigi Agati, Pier Maria Lugli, Ludovico Quaroni, Michele Valori partecipa alla redazione del progetto del borgo La Martella.
Successivamente prende parte al concorso per il Centro Servizi a Ivrea, aderisce all’INU e al Movimento di Comunità, che sosteneva l’idea di architettura come espressione di civiltà. Il senso di una comune visione è espressa da Adriano Olivetti in questa annotazione: “Non è più ormai possibile dissociare la pianificazione economico-sociale da quella urbanistica. Questa divisione va respinta come un ostacolo alla creazione di una vera civiltà. Solo l’urbanistica che si costituisca in dottrina avente una tradizione scientifica di studi ed esperienze, può dare forma a un piano economico. […] Urbanistica e architettura si confondono, e la prima comprende la seconda: a questa condizione nessuno potrà sfuggire. Il rapporto tra l’architetto e la sua comunità diventerà la sua legge, coscienza morale, segnerà la sua partecipazione creativa alla nascita della nuova comunità”. Gorio, a sua volta, riconosceva in Olivetti non un semplice imprenditore illuminato che aveva sposato integralmente il tema dell’innovazione, nei metodi di ricerca e produttivi, ma un intellettuale che amava confrontarsi con altri intellettuali. 

Successivamente, nel 1954, segue il progetto di Torre Spagnola, progetto particolarmente significativo, che Gorio elabora insieme a Michele Valori, mentre altri progetti sono realizzati da gruppi più numerosi. Questo rapporto particolare si sviluppa poi nell’occasione della realizzazione del quartiere di Spine Bianche e nella proposta presentata per un altro concorso relativo alla costruzione del quartiere Piccianello. Si tratta di progetti interamente concentrati nel materano, una concentrazione che mostra particolare significato ed una esplicita finalità: migliorare le condizioni di vita degli abitanti di quella zona.
Con Michele Valori instaurerà anche un profondo rapporto di amicizia che lo vedrà legato fino alla morte precoce di quest’ultimo.

Verso i primi anni Sessanta Gorio lascia lo studio di via Traversari per trasferirsi in via dei Leutari nel centro storico di Roma e precisamente nel rione Parione vicino a piazza Navona (tra piazza Pasquino e Campo de’ Fiori). In quel periodo, sotto la sua direzione, nacque il Centro Studi GesCaL. Si erano di fatti conclusi i due programmi settennali di edilizia residenziale pubblica ed era stata sciolta la struttura dell’INA Casa. In sostituzione fu costituito un nuovo ente pubblico la Gestione case per lavoratori (GesCaL) responsabile di un nuovo programma e Gorio fu incaricato di dirigere il Centro Studi e ne articolò il lavoro suddividendolo in vari filoni di ricerca (standard urbanistici, centro storico, industrializzazione…). 

Inizia la frequentazione professionale con Edoardo Salzano, Arnaldo Bruschi, Elio Piroddi, Mario Manieri Elia, Vittorio De Feo, Sara Rossi, Sergio Musmeci, Paolo Jacobelli che, sotto la sua guida, hanno lavorato senza interruzione, affrontando e approfondendo problematiche cogenti per l’edilizia italiana e dalla cui risoluzione sarebbe riuscita ad innalzarsi la qualità dei nuovi interventi progettuali. A conclusione, applicazione e verifica di questo lavoro teorico per la GesCaL, insieme agli stessi colleghi ha partecipato nel 1964 al concorso per il quartiere ISES di Secondigliano a Napoli redigendo, nello studio, un progetto notevolmente innovativo che ottenne il primo premio assoluto ed ebbe notevole rilevanza culturale. Qui vede la luce anche il progetto pilota del quartiere CECA per gli operai dell’Italsider a Piombino con Grisotti, Lugli, Mandolesi e Petrignani. Con Marcello Grisotti, milanese, si era incontrato per la prima volta nel 1961 al Politecnico di Bari quando Gorio insegnava Tecnologia dei materiali. Con lui stringerà un’amicizia profonda fatta di interessi e frequentazioni sia a Milano che a Gravedona sul Lago di Como dove erano soliti incontrarsi durante le vacanze estive insieme anche alla moglie Raffaella Crespi, docente del Politecnico di Milano.

Segue il trasferimento nello studio di via Bucimazza situato in una traversa di San Giovanni Decollato, nel rione Campitelli, dove condurrà personalmente degli scavi stratigrafici rinvenendo la struttura di un’antica pavimentazione romana che giaceva sepolta dai livelli pavimentali posteriori. Accoglie nello studio diversi giovani collaboratori fra cui un architetto originario dell’Iran, Ahmad Hatami che era espatriato dal suo paese per sfuggire al regime dispotico instaurato dallo scià Mohammad Reza Pahlavi. Questi infatti aveva portato alla repressione di movimenti di protesta giovanili che si battevano per la realizzazione di riforme democratiche per il paese e che contribuì ad alienare le simpatie della borghesia urbana per il regime scontrandosi, anche in questo caso, con una dura repressione.
Con la sua collaborazione inizierà a dirigere il cantiere di ricerca sperimentale per la realizzazione delle ville e della scuderia a Manziana. Guidati da Gorio e dai suoi precisissimi disegni eseguiti in studio, molti esecutori - fabbri, carpentieri, falegnami prepararono in loco, in capannoni provvisori, i modelli degli elementi da mettere in opera, provandoli, collaudandoli, modificandoli in un continuo dialogo con il progettista. La messa a punto di ogni soluzione costruttiva e tecnologica, di ogni particolare costituisce la stimolante occasione creativa per personalizzate caratterizzazioni espressive, per raffinate scelte qualificanti i singoli assetti volumetrici e spaziali.

A partire dal 1972 Gorio inizia la frequentazione dello studio ASSE fondato nel 1967 da un gruppo di architetti (Mario Fiorentino, Riccardo Morandi, Lucio e Vincenzo Passarelli, Ludovico Quaroni, Bruno Zevi e Vincio Delleani) per le ricerche sull’asse attrezzato e situato nella sede di Palazzo Doria Pamphili in piazza del Collegio Romano. Viene infatti chiamato a far parte del “Gruppo Fiorentino” per la stesura iniziale del progetto di Corviale. La tensione che aleggiava in quello studio era quella della consapevolezza di partecipare ad un grande progetto impegnativo e difficile. Lui stesso in un’intervista ricostruirà la genesi della proposta: “Per Corviale, ho preso parte alla progettazione, ero uno dei capigruppo, ma quella volta la colpa non è stata degli architetti, ma dell’organizzazione che pretese a un certo punto che ci mettessimo in contatto con le imprese già nominate. Quando abbiamo cominciato a progettare vi erano una serie di condizionamenti che obbligavano a convogliarci verso una determinata soluzione ed in modo particolare all’unificazione, alla standardizzazione. All’impiego di volumetrie non troppo articolate. In quel contesto è nato un mostro, che chiamo “Moby Dick”. La vicenda fu influenzata da Fiorentino il quale aveva dalla sua parte una folta schiera di giovani architetti. Un giorno venne con questa idea di una stecca lunga un chilometro, mentre io e Valori rimanevamo in minoranza, non potendoci neanche dimettere poiché eravamo stati chiamati a progettare senza nessuna raccomandazione da Pietrangeli (Papini) dirigente dell’Ufficio tecnico delle case popolari, che ci stimava come architetti. Aveva avuto per noi questo segno di riguardo cozzando addirittura con il sistema, poiché c’erano forti raccomandazioni. Non abbiamo potuto abbandonarlo, lo avremmo messo in crisi e ci siamo limitati così a dividerci i compiti. L’idea della barriera in contrapposizione all’espansione sfilacciata della periferia di Roma è di Fiorentino: per la verità c’era stata una premessa mia che probabilmente lo ha indirizzato all’ultima soluzione: gli avevo suggerito di pensare alla natura abbastanza ricca del terreno pieno di solcature e raschiature, cosa abbastanza frequente nella campagna intorno a Roma da parte dei torrenti che si buttano nel Tevere. Si formano delle vallate, il Casaletto sul quale ci troviamo, sta su di un colmo di uno di questi valloncelli e poi c’è il fondo valle che è l’attiguo dei Colli Portuensi. Io gli avevo proposto una soluzione che avesse una linea superiore di coronamento tutta alla stessa quota, che però, adattata al terreno, produceva un edificio lungo un chilometro in curva e con la base che seguiva anch’essa il terreno. Sul progetto di Fiorentino si buttarono a capofitto le imprese perché massimizzava la possibilità di prefabbricazione”.

L’ultimo trasferimento risale alla fine degli anni ’70 nello studio di via Germanico 8, nel quartiere Prati, di fronte ai bastioni di Michelangelo, all’angolo con le Mura Vaticane. Questo luogo rappresentò l’ultimo studio che condivise per tanti anni con Ricciardulli e successivamente con Arnaldo Bruschi. Ricorda lo stesso Bruschi: “In quel tempo avevo dovuto lasciare lo studio di via Tiepolo ed ero in cerca di una nuova sistemazione. Federico mi propose subito, con entusiasmo, di dividere con lui il suo studio di via Germanico. Si trattava di un seminterrato ma in un luogo prestigioso: sull’angolo opposto al bastione detto di Michelangelo delle Mura Vaticane. Soprattutto mi attraeva la compagnia di Gorio. I nostri incontri furono pressoché quotidiani. Fu il tempo delle confidenze tra due persone ormai anziane: il tempo dei bilanci di una vita, dei rimpianti e dei disincanti, lo scambio di riflessioni e di idee. Talvolta Federico ricordava gli anni dell’Università, la sua frequentazione già anteguerra, anche della Facoltà di Architettura a Valle Giulia e dei suoi accademici professori. Rievocava i lunghissimi anni della prigionia in India, il travaglio esistenziale e culturale dell’immediato dopoguerra. Talvolta sfogliavamo insieme qualche rivista, riprendevamo in mano qualche vecchio progetto dimenticato o discutevamo di qualche antico, amato monumento; ricordavamo vecchi tempi, situazioni passate, persone scomparse”. Una stanza dello studio venne da lui attrezzata ad uso falegnameria per la realizzazione di plastici e di prototipi d’arredamento (una poltrona componibile, una scaletta smontabile, armadi contenitori su ruote di varie dimensioni, un porta stereo CD) da lui costruiti personalmente. “Scoprii in Gorio interessi, sensibilità particolari e capacità manuali che non conoscevo. Ritrovai, in fondo, il Gorio di sempre, come mi apparve nei primi incontri e come si rivela già dai suoi primi scritti e dalle sue opere: traboccante di intelligenza creativa e di sensibilità umana, sottilmente polemico, sempre autonomo nei giudizi e nelle posizioni culturali, insofferente di etichette e di bandiere. Anche capace, non solo nelle sue architetture, di autodisciplina e di rinunce, di stringato rigore nella ricerca mai appagata di una problematica assolutezza, nata dalla libertà intellettuale, di risultati e posizioni umane e culturali. Capace di difendersi, di esorcizzare dubbi, difficoltà e problemi, con una penetrante, amara e compiaciuta ironia”.

La stanza studio a San Pietro in Vincoli come docente della Facoltà di Ingegneria
“Nei primi anni sessanta, a Gorio, fino ad allora assistente ordinario della cattedra di Tecnica Urbanistica tenuta da Cesare Valle, ma già noto progettista legato ad Adriano Olivetti, fu affidato il corso di Urbanistica III destinato agli allievi “trasporti” della Facoltà di Ingegneria di Roma. Invitò a lavorare insieme a lui un gruppo di giovani neolaureati, o poco più, attenti ai problemi della città e del progetto, ovviamente ancora inesperti. Lo fece aprendo - forse inconsciamente ma non tanto – una linea di ricerca didattica che avrebbe dato molti frutti negli anni successivi ed aperto ad una dimensione culturale inedita quantomeno nel panorama culturale delle facoltà di ingegneria italiane. Nella stanza che gli era stata assegnata nella “periferia” dell’Istituto di Architettura e Urbanistica, aveva escluso la solita scrivania che avrebbe caratterizzato il suo ruolo di titolare di un insegnamento; si era limitato a realizzare l’arredamento con una serie di tavolini, veri e propri “banchi” con legno di abete naturale, neanche tanto stagionato, per stigmatizzare senza equivoci il lavoro che avremmo dovuto fare assieme senza apparenti gerarchie. Si sottolineava fra l’altro così il valore simbolico della “scuola” dove l’importante per tutti, non solo per gli allievi è sì apprendere ma anche prendere coscienza di sé e del proprio rapporto con il contesto... Avevamo però dalla nostra stanza una vista bellissima sul Colosseo, il Colle Oppio e, implicitamente, sulla Domus Aurea; San Pietro in Vincoli, dall’altro lato, aiutava ad immergerci nella storia della città; ciò ci riempiva di orgoglio” (Estratto dal testo pubblicato sulla rivista “Territori della cultura”, 23, Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali a cura di Giuseppe Imbesi).

La stanza studio del Corso di specializzazione in “Urbanistica per le aree metropolitane” presso Palazzo Baleani in corso Vittorio.
Giuseppe Imbesi così ricorda: “Qualche anno dopo iniziò per Gorio un’altra avventura formativa di notevole respiro la “Scuola di specializzazione in urbanistica per le aree metropolitane”. L’avevano promossa, anticipando tempi che ancor oggi non sembrano maturi per nuove denominazioni di Roma, Piero Samperi allora dirigente del Comune di Roma con Gorio e Antonio Ruberti, allora preside della Facoltà di Ingegneria e poi rettore dell’Università che stava diventando “Sapienza Università di Roma”: Palazzo Baleani, a corso Vittorio di fronte alla Chiesa Nuova, ne fu la sede. Era anche questo un gioiello della vecchia Roma che si proiettava su un non ben definito futuro della città e costituiva un’occasione di riflessione: di fronte al passato della città si volevano porre le premesse del suo futuro, peraltro non ancora oggi identificate. L’interdisciplinarità (o se si vuole la multidisciplinarità) era alla base della concezione della Scuola. Furono invitati a parteciparvi come docenti: economisti, sociologi, antropologi, geografi, ovviamente noi urbanisti, trasportisti, esperti in scienze della terra, in diritto urbanistico, studiosi di sistemistica, storici della città e del territorio. L’impegno, anche in questo caso, non era quello di dare soluzioni e valutazioni conclusive del fenomeno metropolitano né progetti di assetto, ma di capire insieme il senso e il valore della forza “attrattiva” della città ormai oggetto di inedite forme di concentrazione di genti ed interessi…Gorio colse da subito che c’era bisogno di costruire una cultura diversa in cui la città riprendesse corpo e, attraverso la storia, sostanza. La ritenne un messaggio opportuno da introdurre nei processi formativi fin troppo tecnici e acritici di una facoltà di ingegneria: un modo che consentisse agli allievi “trasporti” di penetrare nel mondo, allora peraltro meno complesso, delle infrastrutture viarie e ferroviarie, di salvaguardarne i valori tecnici, ma relativizzarne il ruolo di fronte a quelli ambientali e insediativi e far prendere loro valore di luoghi essenziali della vita dell’uomo”.

Palazzo Baleani verso la metà degli anni ’70 diventa anche la sede del Comitato scientifico e di redazione della rivista “Rassegna di Architettura e Urbanistica”
In questa sede sotto la direzione di Gorio si svolgevano le riunioni del Comitato scientifico aperto all’esterno con nomi prestigiosi (Bruschi, Ciucci, Dardi, De Carlo, De Feo, Frommel, Quaroni, Tafuri) e del Comitato di redazione con Antonino Terranova come caporedattore, durante le quali si leggevano i saggi pervenuti, se ne discutevano i contenuti, si facevano programmi per i numeri futuri.
Giuseppe Rebecchini sottolinea che “Rispetto al precedente direttore Giuseppe Nicolosi, Gorio era di tutt’altra tempra. Meno severo e più arguto. Esternava poco il suo pensiero, lo lasciava indovinare. Non metteva soggezione, anche i più giovani gli davano del tu. Nelle idee e nei giudizi era permissivo, lasciava fare ai suoi collaboratori, ma coglieva al balzo le cose importanti, dove interveniva con determinazione. Parlava poco, ma scriveva con facilità e aveva il grande merito di non essere mai noioso. I suoi editoriali non solo esprimono con vivacità e chiarezza la linea della “Rassegna”, ma sono spesso dei piccoli saggi letterari”.

Verso l’inizio del 2000 Federico Gorio è chiamato da Corrado Beguinot a far parte di un gruppo di lavoro per una ricerca dal titolo “Il Piano Fanfani: gli anni Cinquanta e il modello italiano di welfare state” promossa dalla Fondazione Aldo della Rocca insieme all’Istituto Don Sturzo e finalizzata ad analizzare e valutare i risultati raggiunti di carattere sociale, economico, urbanistico e architettonico del piano, attraverso anche l’apporto di testimonianze dirette raccolte con l’ausilio di interviste ad alcuni dei protagonisti sopravvissuti delle vicende trattate. Si susseguono frequenti incontri tra i partecipanti che si svolgono presso Palazzo Baldassini, in via delle Coppelle, sede dell’Istituto Sturzo. Il lavoro è consistito nell’analizzare le modalità tecniche di attuazione del piano e nell’elaborare una valutazione critica desunta dai risultati raggiunti attraverso lo studio delle fonti e ancor più sulla base dell’esame di documenti originali e della ricerca condotta negli archivi, oltre una minuziosa serie di interviste ai protagonisti del Piano INA Casa.
Fiorenza Gorio